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Non è di certo la prima volta che il nostro Paese venga bacchettato in sede europea.

Già diverse volte l’Italia si è vista additata, in negativo per ritardi e omissioni, dai giudici sovrannazionali.

Tali richiami, purtroppo, sono sempre più frequenti a causa della lentezza della giustizia, nonché per la sua assoluta carenza a dare risposte concrete ai cittadini.

In questo caso i giudici di Strasburgo segnalano l’assoluta inerzia della nostra Magistratura rispetto all’impossibilità di un padre separato che non riesce a vedere la figlia.

“Il tribunale è impotente dinanzi all’ostruzionismo dalla madre, risulta incapace di garantire all’uomo un effettivo esercizio del proprio diritto”. Così interviene la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo.

Purtroppo, in alcuni  casi manca il coraggio da parte dei giudici di provvedere severamente e d’urgenza rispetto a situazioni patologiche, ove il genitore collocatario si arroga il “diritto di vita” dei figli e Strasburgo pretende di più. “Nelle questioni di diritto di famiglia, l’adeguatezza delle misure adottate dalle autorità giudiziarie si misura anche in base alla rapidità con cui le stesse vengono messe in esecuzione. Nel caso di specie, però, la burocrazia ha lasciato decorrere troppo tempo (la sentenza di separazione era del lontano 2003), tanto da compromettere definitivamente una sana e regolare relazione tra padre e figlia”.

Per questo ha condannato l’Italia per violazione del diritto al rispetto dei legami familiari. Secondo i magistrati europei, il nostro Stato non riesce a far adempiere le sue stesse sentenze in tema di famiglia.

Lo Stato italiano dovrà risarcire un padre che aveva ottenuto, con la sentenza di separazione, il diritto a vedere periodicamente la propria figlia di sette anni. Tale provvedimento, tuttavia, non era mai stato rispettato dalla madre, che aveva sempre frapposto un atteggiamento ostruzionistico. L’uomo non è riuscito a vincere tale resistenza in nessun modo, neanche con l’intervento dei servizi sociali. Così si è rivolto alla Corte di Strasburgo che, ancora una volta, ha criticato fortemente il nostro sistema giudiziario.

La sentenza della Corte dei diritti dell’uomo ha riconosciuto al padre un risarcimento del danno morale pari a 15 mila euro: magra consolazione rispetto al legame con la figlia ormai compromesso.

La stessa Corte ha stigmatizzato anche l’operato dei nostri servizi sociali: sarebbero fallimentari, perché non in grado di superare gli ostacoli materiali. Le misure adottate sono spesso automatiche e stereotipate.