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Se i genitori sono entrambi inidonei all’affidamento del figlio, o quando essi stessi lo rifiutano, il giudice della separazione può “collocare” il minore presso terzi, possibilmente parenti, e, in mancanza oppure se anche questi sono inidonei, sussiste la possibilità, come ipotesi del tutto residuale (onde evitare che il fanciullo si trovi in una situazione non dissimile da quella di abbandono, che costituisce il presupposto dell’adozione legittimante), di collocamento del minore presso una terza persona e in un istituto di educazione, in applicazione analogica dell’istituto dell’affidamento familiare previsto dall’articolo 2 della legge 184/83 e della riserva generale di cui all’articolo 155 del Codice civile di assumere i provvedimenti «con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale di essi».
Il principio è stato affermato dalla prima sezione civile della Cassazione (sentenza 20 gennaio 2012 n. 784, estensore Dogliotti), che ha confermato la pronuncia della Corte d’appello di Catania che aveva disposto l’allontanamento dai genitori del minore e il suo inserimento temporaneo presso idonea struttura, tramite l’intervento del Comune di Acireale (a cui il figlio era stato affidato), al fine di normalizzare le loro relazioni.
In senso conforme un’altra pronuncia della Suprema corte ha confermato l’affidamento dei figli ai nonni materni disposto d’ufficio dalla Corte d’appello, stante, per un verso, l’intervenuta decadenza della madre dalla potestà e il rapporto problematico dei minori con il padre, e, per altro verso, che i nonni, per l’affetto e il sostegno che avevano costantemente offerto ai nipoti, erano in grado di assicurare loro tutto ciò di cui necessitavano; disponendo, inoltre, che ai nonni fosse pagato il contributo di mantenimento già dovuto dal padre all’altro genitore per il mantenimento dei figli (Cassazione, sentenza 10 dicembre 2010 n. 24996).
Al riguardo, va osservato che la questione sull’affidamento della prole è rimessa alla valutazione discrezionale del giudice di merito e la regola generale dell’affidamento condiviso dei figli, prevista dall’articolo 155 del Codice civile, è derogabile quando la sua applicazione risulti pregiudizievole all’interesse del minore (Cassazione, sentenza 12308/2010, che ha confermato l’affidamento della figlia minore ai servizi sociali per consentirle una corretta formazione della sua personalità, di elaborare criticamente la sua condizione e di effettuare autonome opzioni, precluse dall’influenza dei genitori sulle scelte della minore, divisa dal desiderio di compiacere entrambi).
Orbene, nella specie, la Corte d’appello di Catania aveva ancorato la propria decisione alle inidoneità di entrambi i genitori, perché, da un lato, l’affidamento al padre, che si era sottratto a un percorso psicoterapeutico nell’interesse del minore, aveva comportato la totale interruzione dei rapporti con la madre e l’insorgenza nel figlio di un disturbo psicopatologico con difficoltà di inserimento e rendimento scolastico, dall’altro lato, l’affidamento alla madre non era praticabile, stante l’atteggiamento di rifiuto del minore, anche se causato dalla condotta paterna.

Non è nemmeno da sottovalutare il passaggio della sentenza riferibile alla circostanza per la quale il padre si è sottratto ad un percorso psicoterapeutico, ritenuto fondamentale al fine di salvaguardare l’interesse del minore.

Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 26 settembre 2011 – 20 gennaio 2012, n. 784

Presidente Luccioli – Relatore Dogliotti

Svolgimento del processo

 Con sentenza in data 28-9-2007, il tribunale di Catania pronunciava la separazione giudiziale dei coniugi P. S. e L. F., rigettava le domande di reciproco addebito, affidava al padre il figlio minore G., disponeva che la P. contribuisse al mantenimento di questo per un importo di Euro 150,00 mensili; condannava il L. a corrispondere alla moglie assegno di mantenimento di Euro 150,00.

Proponeva appello il P.. Costituitosi il contraddittorio, il L. chiedeva rigettarsi l’appello. Con sentenza 4-27/1/2010, la Corte di Appello di Catania accoglieva parzialmente l’appello, affidando il figlio delle parti al Comune di Acireale, elevando l’assegno di mantenimento per la moglie a carico del L. ad Euro 300,00 e confermando nel resto la sentenza impugnata.

ricorre per cassazione il L., sulla base di due motivi.

Resiste con controricorso la P.

Motivi della decisione

Con il primo motivo, il ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione dell’art. 155 c.c., e vizio di motivazione, in punto affidamento del figlio minore delle parti ai servizi sociali del comune di Acireale.

Il motivo appare infondato.

L’art. 155 c.c.,nella formulazione previgente, prevedeva l’ipotesi di inidoneità di entrambi i genitori all’affidamento del figlio. Nulla dice al riguardo la norma novellata. La disciplina era sufficientemente articolata: ove non fosse opportuno che il figlio rimanesse con l’uno o l’altro genitore, per “gravi motivi” il giudice poteva “collocare” (non affidare) il minore presso una terza persona (un parente, ma non necessariamente) ovvero (quando non vi fossero parenti o altre persone idonee disposte ad occuparsi del minore) in istituto di educazione (la legge sul divorzio prevede che, in caso di temporanea impossibilità di affidamento ai genitori, il giudice possa disporre affidamento familiare, ex. art. 2 n. 184 del 1983, e la norma non ha subito variazioni).

In ogni caso il giudice della separazione doveva provvedere sulle modalità e misura del mantenimento dei figli da parte dei genitori, sulle visite, i periodi di permanenza presso l’uno o l’altro di essi e sui limiti all’esercizio della potestà.

È da ritenere tuttavia che, nonostante l’assenza, nella disciplina vigente, di una previsione specifica, il richiamo, ancorché generico, contenuto nell’art. 155, comma 2, c.c., ai provvedimenti che il giudice assuma per i figli “con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale di essi”, ma pure quello, più particolare, alle modalità con cui ciascun coniuge contribuisce alla “cura” e alla “educazione” dei figli, oltre che al loro mantenimento ed istruzione, indica la possibilità di collocare il figlio presso terzi, in caso di inidoneità genitoriale (al riguardo, conformemente, Cass. n. 19065 del 2008).

La legge sul divorzio precisa del resto, come si è detto (anche dopo la riforma del 2006), che può disporsi affidamento familiare ex art. 2 n. 184 del 1983, in caso di temporanea impossibilità di affidamento ai genitori (in stretto contatto, evidentemente, con l’azione del servizio sociale); tale previsione è sicuramente applicabile in via analogica alla separazione.

Ne deriva che quando entrambi i genitori non sono idonei all’affidamento (dovrebbe trattarsi appunto di una situazione assai grave) o quando essi stessi lo rifiutano, si deve provvedere al collocamento, possibilmente presso parenti.

Se non vi sono parenti oppure questi non sono idonei, sussiste la possibilità, come ipotesi del tutto residuale, onde evitare che il fanciullo si trovi in una situazione non dissimile da quella di abbandono, che costituisce il presupposto dell’adozione legittimante di collocamento del minore presso una terza persona e in un istituto di educazione, quale tipico intervento assistenziale.

Non sussistono pertanto, nella specie, per quanto si è detto, violazione alcuna di legge, né si ravvisa vizio di motivazione.

La sentenza impugnata, infatti, con motivazione adeguata e non illogica, fa proprie le risultanze della consulenza tecnica espletata nel grado: l’affidamento al padre ha comportato la totale interruzione dei rapporti con la madre ed ha provocato difficoltà di inserimento e rendimento scolastico del minore, la struttura della personalità di G ha raggiunto i contorni di un disturbo psicopatologico. Il padre – continua il giudice a quo – si è sottratto ad un percorso psicoterapeutico nell’interesse del minore. Né, allo stato, appare praticabile un affidamento alla madre, stante l’atteggiamento di rifiuto da parte del figlio, cui sicuramente non è estranea la condotta del padre: così la sentenza impugnata. La soluzione ottimale, idonea a salvaguardare l’interesse del minore, con una normalizzazione delle sue relazioni con entrambi i genitori è –secondo il giudice a quo – l’allontanamento dai genitori del minore stesso e il suo inserimento temporaneo in idonea struttura, tramite intervento del Comune di Acireale.

Con il secondo motivo, il ricorrente lamenta violazione dell’art. 156 c.c. e vizio di motivazione, in punto assegno di mantenimento per la moglie.

Il motivo va dichiarato inammissibile.

L’odierno ricorrente non aveva impugnato la sentenza di primo grado circa il diritto all’assegno da parte della P.. Avrebbe dovuto circoscrivere la sua censura al capo della pronuncia del giudice d’appello che ha elevato l’importo dell’assegno stesso. Al riguardo egli nulla dice, limitandosi ad affermare genericamente che la moglie non ha diritto all’assegno.

Conclusivamente, il ricorso va rigettato.

Le spese seguono la soccombenza.

 P.Q.M.

 La Corte rigetta il ricorso, condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali del presente giudizio di legittimità, che liquida in Euro 2.000,00 per onorari ed Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali ed accessori di legge.

A norma dell’art. 52 D.Lgs. 196703, in caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri atti identificativi delle parti, dei minori e dei parenti, in quanto imposto dalla legge.