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La Corte di Cassazione tornando ancora una volta sull’argomento dell’obbligo di fedeltà coniugale ha ribadito che la sua violazione, che di norma rende intollerabile la prosecuzione della convivenza, non può comportare l’addebito della separazione se risulta che il tradimento “non abbia avuto incidenza causale nel determinare la crisi coniugale” siccome questa già preesisteva ad un menage solo formale. La decisione è della prima sezione civile della Corte di Cassazione (Sentenza n. 21245/2010)

la Suprema Corte aveva già in precedenza affermato (Sentenza n. 16873/2010) che non sempre può essere addebitata la separazione al coniuge che tradisce. Non è detto infatti che il tradimento sia stata la causa della crisi matrimoniale, invero se di norma l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale determina l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza è pur sempre possibile accertare che, in concreto, non vi è alcun nesso di causalità tra l’infedeltà e la crisi di coppia. Si può escludere l’addebito, dunque, dopo un accertamento rigoroso e una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi. In sostanza, spiega la Corte, il giudice di merito può accertare la preesistenza d’una crisi già irrimediabilmente in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza solo formale.

tale orientamento della Corte è peraltro oramai consolidato: la Corte Capitolina (Sentenza n. 6697/2009) aveva già affermato che quando sono entrambi i coniugi a violare i doveri che discendono dal matrimonio il fatto che uno dei due abbia tradito non giustifica di per sè la pronuncia di addebito della separazione chiarendo che il giudice di merito deve pur sempre procedere ad un raffronto dei comportamenti tenuti da entrambe le parti. Solo questo confronto consente infatti di stabilire quale delle condotte abbia avuto incidenza nel determinare la crisi coniugale. Sussiste un “potere-dovere del giudice del merito di procedere ad un accertamento rigoroso e ad una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, onde stabilire se l’infedeltà di un coniuge (come in genere ogni altro comportamento contrario ai doveri del matrimonio) possa essere rilevante al fine dell’addebitabilità della separazione, essendo stata causa o concausa della frattura del rapporto coniugale, ovvero se non risulti aver spiegato concreta incidenza negativa sull’unità familiare e sulla prosecuzione della convivenza”. Il caso preso in esame dalla Corte riguardava una ex moglie a cui i giudici di merito avevano attribuito la colpa della separazione in relazione ad un unico ed isolato episodio di tradimento senza considerare i comportamenti del marito che aveva nascosto per due anni alla moglie la sua incapacità di procreare.

Già in precedenza la Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione (Sent. 13431/08) aveva stabilito che “la dichiarazione di addebito della separazione richiede la prova che la irreversibilità della crisi coniugale sia collegabile al comportamento contrario ai doveri nascenti dal matrimonio di uno o di entrambi i coniugi, sussistendo un nesso di causalità fra di esso e il determinarsi dell’intollerabilità della convivenza”.
Gli Ermellini hanno quindi precisato che “la pronuncia di addebito non può fondarsi sulla sola violazione dei doveri nascenti dal matrimonio, essendo invece necessario accertare se tale violazione non sia intervenuta quando si era già maturata ed in conseguenza di una situazione d’intollerabilità della convivenza”. Quanto poi all’inosservanza dell’obbligo di fedeltà, la Corte ha evidenziato che “rappresenta una violazione particolarmente grave, la quale deve ritenersi, di regola, circostanza sufficiente a determinare l’addebito della separazione a carico del coniuge responsabile, fermo restando che deve sussistere il nesso di causalità fra l’infedeltà e la crisi coniugale, il quale viene meno ove preesista una crisi già irrimediabilmente in atto”.

La Massima in esame (Sentenza n. 21245/2010) afferma tuttavia che il raccontare agli amici comuni della relazione extraconiugale configura un comportamento che finisce con il consolidare una crisi già in atto determinando definitivamente l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza: invero la notorietà della relazione non può non essere stata pregiudizievole per la dignità della moglie.

Peraltro tale comportamento è stato di poco precedente ad ulteriori atti contrari ai doveri del matrimonio, dal momento che il coniuge si era allontanato dalla residenza coniugale, omettendo anche di comunicare ai propri familiari il nuovo recapito: la Corte rileva che chi ha lasciato la casa deve provare (se vuole evitare l’addebito) che il proprio comportamento era stato indotto dal comportamento dell’altro coniuge.

La Corte nella massima in esame, affronta anche il tema del regime patrimoniale dei coniugi e, in particolare, del rapporto tra la sentenza emessa dal Tribunale in sede di separazione e i provvedimenti adottati dal presidente del tribunale in sede di comparizione delle parti nel successivo divorzio.

La Cassazione evidenzia che “l’art. 4 della legge n. 898 del 1970, anche nell’attuale formulazione, conferisce al Presidente del Tribunale, in caso di infruttuosità del tentativo di conciliazione, il potere di adottare i provvedimenti temporanei ed urgenti che ritenga opportuni nell’interesse dei coniugi e della prole. Non è peraltro dubitabile che, attenendo detto potere anche ai rapporti patrimoniali ed essendo in atto al momento dell’intervento del presidente in sede di giudizio di divorzio il regime di separazione, la norma in esame comporti l’attribuzione a detto giudice della facoltà di incidere sui rapporti patrimoniali della separazione, introducendo in via provvisoria quelle misure che si rendano indispensabili per la tutela del coniuge più debole ed autorizzando la liquidazione medio tempore di un emolumento mensile in suo favore, indipendentemente dal fatto che le clausole della separazione non lo prevedano o lo prevedano in misura diversa (v. sul punto Cass. 1991 n. 12034)”.

“Il provvedimento presidenziale che stabilisce in via provvisoria la spettanza e la misura dell’assegno divorzile non si cumula pertanto con il titolo formato in sede di separazione, ma si sovrappone ad esso e si fonda su criteri di determinazione autonomi e distinti.”

Infine, inerisce alla natura ed alla funzione dei provvedimenti diretti a regolare i rapporti economici tra i coniugi, in conseguenza della separazione, la possibilità di correlare l’ammontare dell’assegno di mantenimento alle condizioni patrimoniali o reddituali emergenti in corso di giudizio, “anche eventualmente, di modularne la misura secondo diverse decorrenze riflettenti il verificarsi di dette variazioni nel rispetto del principio di disponibilità e di quello generale della domanda”.

Ciò impone al giudice, al fine di determinare l’importo del contributo, di prendere in considerazione tutte le circostanze sopravvenute nelle more del giudizio, per tutto il corso del giudizio, sino alla sua conclusione con sentenza definitiva.