Il diritto collaborativo è una efficace alternativa alla lite giudiziaria:  applicato soprattutto negli USA, (soprattutto in Canada) e poi in molti paesi europei. E’ considerato sia dagli stessi clienti che dagli avvocati come un efficace metodo di risoluzione dei conflitti, con un alto tasso di riuscita, che evita ulteriori giudizi contenziosi nel campo della separazione o il divorzio.

Il concetto di processo collaborativo è stato elaborato nel 1989 da Stuart Webb (leggi la lettera da cui è iniziata la pratica collaborativa), un avvocato familiarista americano, il quale aveva compreso che la soluzione giudiziaria nel divorzio infliggeva danni più gravi alle famiglie del divorzio stesso.

Dal 1989 la pratica collaborativa si è diffusa sempre più negli Stati Uniti e nel mondo, travalicando i confini del diritto di famiglia per essere applicata al processo civile, commerciale e del lavoro: è’ visto quindi come una efficace alternativa alla lite giudiziaria dal momento che di solito risolve i problemi ad un costo inferiore e comunque fuori dalla logica del vincitore e vinto. Tutto questo per quanto riguarda l’ambito internazionale.

Veniamo a noi: in Italia la cosiddetta “pratica collaborativa” o “collaborative practice” ha avuto inizio solo a partire dal 2009, ad oggi si contano oltre 78 soci dell’ IACP (International Academy of Collaborative Professionals) e Gruppi di Lavoro in tutto il paese, e gli avvocati praticanti di diritto collaborativo, in Italia, vantano un’esperienza collettiva pluriennale in materia di divorzio, separazione e altre questioni relative al diritto di famiglia, come pure l’assistenza giuridica per gli anziani e il diritto patrimoniale, i contratti, l’occupazione, gli errori medici e altre questioni legali. Tutti i soci IACP inoltre, condividono la convinzione profondamente radicata che la pratica collaborativa offra l’opportunità di risolvere  le controversie legali in modo rispettoso e dignitoso.

Ma cosa è il diritto collaborativo? E a cosa serve? Lo  si potrebbe semplicemente definire un metodo alternativo e stragiudiziale che consente di evitare un procedimento contenzioso avanti il tribunale. In particolare, nell’ambito del diritto di famiglia, questo modo alternativo di risoluzione dei conflitti permette di trovare una soluzione soddisfacente per tutti  i componenti della famiglia: il diritto “familiare” collaborativo infatti, è un processo di negoziazione che riunisce i due coniugi o partners e i loro rispettivi avvocati, che li consigliano e assistono in uno spirito di collaborazione, per trovare una soluzione concordata. Il procedimento collaborativo è un metodo efficace che favorisce la risoluzione dei conflitti familiari, e costituisce pertanto un’alternativa al giudizio contenzioso nella quale i clienti e i loro avvocati lavorano insieme; tutti i partecipanti al procedimento collaborativo si impegnano in primo luogo  alla riservatezza, alla trasparenza e alla buona fede; l’obiettivo finale è quello di raggiungere soluzioni condivise che rispondano ai bisogni e agli interessi delle parti e soprattutto dei figli. Gli avvocati a seguito di una specifica formazione in tale ambito, guidano i clienti attraverso il procedimento collaborativo per favorire la risoluzione dei conflitti, assistendo i clienti al fine di negoziare in modo rispettoso e leale, esigendo la più totale trasparenza nelle informazioni e scambio di documenti, attraverso una condivisione ed esplorazione delle diverse ipotesi di soluzione, e soprattutto una risoluzione dei conflitti familiari senza l’intervento del giudice.

Il perché si dovrebbe scegliere il diritto collaborativo quindi è spiegato dal fatto che ogni cliente, con l’aiuto e assistenza dei propri avvocati, in primo luogo avrebbe la possibilità di controllarne il procedimento, lavorando in un clima di cooperazione e fiducia che riduce la tensione emotiva del conflitto; in secondo luogo le parti si concentrerebbero su una ricerca di soluzioni condivise senza pressioni connesse alla minaccia di un ricorso al tribunale, poiché sono convinti che il procedimento collaborativo è di gran lunga più rapido e soddisfacente di quello giudiziale.

Facendo un piccolo riscontro con la figura della mediazione, quello che più colpisce è il fatto che essa prevede innanzitutto un terzo imparziale detto mediatore, che aiuti le parti a cercare soluzioni condivise,  e le sessioni non prevedono l’assistenza degli avvocati; mentre nel procedimento collaborativo invece è prevista l’assistenza costante degli avvocati, e la partecipazione delle parti con i loro legali a tutti gli incontri.

All’inizio del cosiddetto “caso” collaborativo, le parti, i loro avvocati e gli eventuali consulenti, terzi neutrali e non di parte, sottoscrivono un contratto di collaborazione, che fornisce le linee guida del processo e automaticamente mette fuori gioco gli avvocati e gli altri professionisti nel caso in cui la “soluzione consensuale” non riesca. Questa regola vincolante impedisce a legali e consulenti intervenuti nel procedimento, di proseguire nelle difese o nella consulenza se per qualsiasi ragione la conciliazione abbia esito negativo. Tale “esclusione” serve ad evitare che gli avvocati possano minacciare cause, o possano farlo al posto loro le parti durante il processo collaborativo utilizzando quanto hanno appreso nel corso di esso. In questo modo gli avvocati si concentrano sulla soluzione del problema, anziché sulla lite, e le parti si focalizzano sui propri interessi evitando che un giudice possa decidere al posto loro.

A conciliazione avvenuta si preparerà un normale ricorso per separazione o divorzio consensuale che i due avvocati di fiducia depositeranno in Tribunale, con la sottoscrizione di tutti i partecipanti, così come previsto dalla legge.

In caso mancata conciliazione invece, nuove e diverse figure professionali assisteranno le parti nel processo giudiziario, poichè l’avvocato cesserà di assistere il proprio cliente e non potrà rappresentarlo in giudizio. Ciascuna delle parti quindi, sarà libera di ricorrere in giudizio con l’assistenza di un nuovo difensore, le informazioni ottenute e i documenti acquisiti durante il procedimento collaborativo non potranno essere utilizzati in giudizio.[5]

[1] Tom Arnold, Collaborative Dispute Resolution—An Idea Whose Time Has Come?,in ALI-ABA Course of Study Materials: ALTERNATIVE DISPUTE RESOLUTION: HOW TO USE IT TO YOUR ADVANTAGE 379, 389 (Oct. 2000).

[2] Robert W. Rack, Jr., Settle or Withdraw: Collaborative Lawyering Provides Incentive to Avoid Costly Litigation, DISP. RESOL. MAG., Summer 1998, at 9, 10

[3] Collaborative Law Institute, What is Collaborative Law?athttp://www.collaborativelaw.org/whatis.html (last visited Nov. 20, 2002)

[4] Tom Arnold, Collaborative Dispute Resolution: An Idea Whose Time Has Comeat http://www.mediate.com/articles/arnold.cfm

[5] Chip Rose, Principles and Guidelines for the Practice of Collaborative Lawat http://www.mediate.com/articles/rose1.cfm (last visited Nov. 19, 2002)

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